Twiggy – Un taglio per il successo

A cura di Yasmin Hadjeres

Ci sono persone che, per qualche ragione, diventano l’incarnazione visiva di tutto un periodo, un simbolo, la prima cosa che viene in mente quando si pensa al suddetto.
Per riuscire in questo, ci vuole una strana combinazione nel fare le scelte giuste in un dato momento, ma la bellezza di solito sta nel fatto che sono completamente inconsapevoli.
Così si potrebbe riassumere la carriera della mitica Lesley Hornby, meglio conosciuta come Twiggy, l’icona dei swinging sixties.

Di umili origini, nasce il 19 settembre 1949 nei sobborghi della Londra Nord, da una madre operaia ed un padre falegname, ultima di tre sorelle.
Fin da piccola impara dalla madre a cucire i propri vestiti, e dimostra un’evidente predisposizione a creare il proprio stile, guardando all’appena più grande di lei, Jean Shrimpton considerata la prima vera supermodella. Senza esitazione, un giorno nel gennaio del 1966, l’adolescente Lesley va a tingersi e tagliarsi i capelli cortissimi presso l’allora celebre Leonard of Mayfair, in cambio di qualche sterlina: dovevano essere tagli di prova, ma vengono comunque scattate delle foto professionali, che vengono esposte nel salone.
Un taglio, così corto come non se ne vedevano dagli anni ’20, in completa contrapposizione con la moda degli anni ’50 e dell’inizio dei ’60 che voleva capelli voluminosi, tagli geometrici e boccoli iper femminili. In un istante, una ragazzina ridefinisce i canoni estetici di una generazione, e tutto cambia.

          

La giornalista di moda del Daily Express Deidre McSharry nota le foto, e chiede un incontro con la ragazza, commissionando altre foto per un articolo che farà il giro del mondo, dove viene rinominata “The face of 66”, a soli 16 anni.
Al Daily Express non erano gli unici ad aver visto il potenziale: il compagno del suo parrucchiere, Nigel Davies, divenuto poi Denis de Villeneuve, volle diventare da subito il suo manager, con un certo successo, dato che un mese dopo l’articolo, Lesley faceva la sua prima copertina di Vogue, con il nome d’arte di “Twiggy”, suggerito da Denis sulla base del suo nomignolo d’infanzia “twigs”: ramoscello, o stecchetto. In effetti, Twiggy era particolarmente piccola, esile ed androgina, ma l’insieme del look, assieme ad un innegabile magnetismo, di una “bambolina tutta occhi” la proiettarono verso il successo in tempi brevissimi.
In solo un anno, era già apparsa 13 volte sui Vogue di tutto il mondo, e su numerose riviste internazionali. Nel 1967, l’anno in cui si affermò definitivamente, le avevano già dedicato la sua linea di vestiti “Twiggy dresses”, dei tubini dritti e stretti, che influenzarono le collezioni di moltissimi stilisti: l’uccellino londinese dettava ormai la moda.

Per lei, fu tutto molto irreale ed inaspettato, in quanto, come dichiara lei stessa “Odiavo il mio aspetto da ragazza, quindi pensavo che il pianeta fosse semplicemente impazzito”.
Ma appunto, a quanto pare era l’unica a pensarla così, e anche se il mondo si divideva ancora tra rotondità di Marilyn e questa nuova rivoluzione, tutti parlano di Twiggy: Life magazine, Newsweek, il New Yorker con uno speciale di 100 pagine, i Vogue internazionali a ripetizione, e negli Stati Uniti si sprecano i prodotti derivati: penne Twiggy, cosmetici, scatole per il pranzo, bambole, e ovviamente, ciglia finte.

     

È impossibile infatti, non associare il suo nome a quello del “cut crease”, la tecnica di trucco più popolare del decennio, una delle più difficili da riprodurre, della quale abbiamo in Mina un’illustre rappresentante in Italia, che consiste sostanzialmente nell’evidenziare con un colore chiaro il centro della palpebra, tra una riga di eyeliner sulla rima ciliare, ed una, lunga e ben definita, sulla palpebra fissa. Il tutto corredato da lunghe e folte ciglia finte, e da ciglia disegnate sulla palpebra inferiore per rendere il tutto ancora più drammatico, cosa che ha inspirato qualche anno dopo anche Barbara Daly, leggendaria makeup artist del cinema, per Arancia meccanica, con la quale è tra l’altro amica da moltissimi anni.
Non è chiaro se la tecnica sia stata inventata appositamente per lei in quanto alla fine è un insieme di tecniche combinate per dare risalto agli occhi, ma senza dubbio è stata lei a renderla popolare.
Twiggy confessa che allora aveva probabilmente qualcosa come tre paia di ciglia finte sovrapposte sulle sue, non solo nelle fotografie, ma anche nelle uscite pubbliche dove il look andava ormai mantenuto! E non faceva mai truccare a nessun makeup artist i suoi occhi, in quanto secondo lei solo lei sapeva riprodurre ed evidenziarli alla perfezione.
Gli occhi così evidenziati la rendevano ancora più affascinante, assieme all’aspetto adolescenziale, che oltre che per i fotografi è perfetto per un’epoca dove l’adolescenza e la gioventù sono celebrate e quasi venerate, senza contare l’enorme potere d’acquisto che i giovani avevano allora, come mai in precedenza, al quale si mira direttamente tramite questa figura.
Lo stesso motivo del suo successo, non tarda ovviamente ad attirare critiche ed accuse di promuovere un’immagine malsana, di eccessiva magrezza e mascolinità, un ideale indegno della femminilità, dalle quali lei si è sempre difesa dicendo che la sua magrezza era naturale e costituzionale, e che la sua alimentazione fosse sana e ragionevole, anche quando è stata tirata in ballo negli scandali degli ultimi anni del mondo della moda riguardanti questi argomenti.

Nel 1970, con stupore generale mentre era all’apice del suo momento, decide di ritirarsi dalla carriera di modella, per non restare “una stampella per vestiti per tutta la vita” e rompe con Villeneuve, per dedicarsi alla carriera di attrice: dalle prime collaborazioni con il regista Ken Russell, The Devils ed in particolare The Boy Friend, che le varrà ben due Golden Globes, fino ai palchi di Broadway con Cinderella. Ormai Twiggy era anche cantante, e frequenta tutto il mondo dello spettacolo, tanto che David Bowie la vuole sulla copertina del suo prossimo album nel 1973, Pin ups. Il suo look qui è cambiato, i capelli si allungano, i vestiti si fanno più lunghi e tradizionalmente femminili, in linea con l’estetica hippie.
Dalla fine degli anni ’70 divide la sua carriera tra molti altri ruoli, al cinema in tv ed a teatro, la ricordiamo sopratutto nei Blues Brothers, nel Muppet Show e nel Pigmalione, e la musica, con vari album all’attivo e svariati singoli. Nel 1977 si sposò con Michael Withley che perse prematuramente nel 1983, dal quale ebbe una figlia, Carly, che venne adottata dal secondo e presente marito, Leigh Lawson.
È inoltre una nota attivista, animalista, condannando l’ultilizzo di pellicce nel mondo della moda, e sostenitrice della ricerca per il tumore al seno, collaborando con molte associazioni.

  

Sull’invecchiare, a quasi 70 anni, è categorica: niente botox per lei, al quale è fermamente contraria; il viso di una persona deve potersi muovere, le rughe di espressione mostrano che una persona è stata felice, ed il botox è un veleno per il corpo, ma le sue ricette sono prendersi cura di sé stessa in maniera semplice, idratarsi sempre, non lasciarsi prendere dagli stereotipi sull’invecchiamento e mantenersi il più attive possibili, anche se non si tratta di lavoro, dedicandosi alle passioni, fare attività fisica e dedicarsi alla famiglia.

   

I suoi capelli oggi sono lunghi, in quanto afferma “C’è un certo pregiudizio secondo il quale le donne dopo una certa età dovrebbero portare i capelli corti. Che sciocchezza!” Tutto questo la rende non solo estremamente equilibrata, per una persona che ha ottenuto quel successo così giovane, quando dichiara “gli anni 60 erano un periodo così folle, giravano droghe tutto il giorno ovunque, ma io non toccavo nemmeno una goccia d’alcol”, ma anche sincera e perfettamente autentica, una rara eccezione nel mondo della moda, che ancora oggi la dovrebbe prendere come modello di riferimento per molti aspetti, in primis quello dell’andare sempre controcorrente.
Niente male per una semplice ragazzina del Middlesex.

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