Tomoe Gozen e le donne guerriere onna-bugeisha

A cura di Yasmin Hadjeres

Se vi chiedo di pensare a qualche figura giapponese, scommetto che molto probabilmente vi verranno in mente i samurai, i leggendari e nobili guerrieri a servizio dello shōgun o di un damyō, e le geisha, tradizionali artiste ed intrattenitrici.
In realtà, la storia e la configurazione sociale sono molto più variegate di così, anche se hanno subito pochi sostanziali stravolgimenti, uno dei punti di forza della cultura di questo paese. Approfondiamo però la figura di una tipologia di donna poco conosciuta ma non meno leggendaria: quella delle onna-bugeisha.
Queste, erano donne guerriere o “la guerriero femminile” per traduzione letterale, di estrazione nobile, appartenente infatti alla casta dei bushi, ossia quella dei samurai. Infatti, ne erano le mogli, figlie e sorelle, che come i loro mariti, erano impegnate a servire un signore, nel Giappone feudale a partire dal 1100.

  

Si diveniva onna-bugeisha per appartenenza al clan: contraendo matrimonio o per filiazione, se ad esempio un samurai non avesse avuto figli maschi. Generalmente, il loro scopo era quello di proteggere la casa dimostrando anche un notevole senso pratico ed economico nella gestione degli affari, ed erano per questo altamente istruite, ma erano anche addestrate al combattimento ed alle arti marziali, con le caratteristiche arme destinate alle onna-bugeisha: l’arco, la lancia ma sopratutto la naginata, un lungo bastone sul quale è montata una tagliente lama, pensato apposta per essere usato da una donna in sostituzione alle armi più corte degli uomini come la katana, che necessitavano di maggiore vicinanza e forza fisica.
In tempo di guerra, una donna samurai aveva due possibili scelte: rimanere in difesa della casa da ladri, oppressori ed invasori, o seguire il marito in battaglia. Infatti, recenti scavi archeologici in campi di battaglia samurai ed analisi del DNA hanno dimostrato come su di un centinaio di resti analizzati, è probabile che almeno una trentina siano di donne, sicuramente di onna-bugeisha.

Tradizionalmente anche le guerriere indossavano l’armatura da samurai, lo yoroi, ma è noto da alcune rappresentazioni e racconti che molto spesso la particolarità dell’onna-bugeisha stava proprio nel non celare la propria femminilità, ma anzi renderla quasi un vanto, in una commistione di dolcezza e determinazione caratteristica di queste eroine.
Simbolo di questa definizione, è la leggendaria Tomoe Gozen, ispirazione per molte generazioni di donne giapponesi, “onorevole” secondo la traduzione letteraria, l’unica donna di cui si scrive nella letteratura samurai, che teneva a mettere in primo piano le gesta eroiche degli uomini. Di lei si narra nell’ Heike Monogatari, poema epico paragonabile alla “nostra” Iliade, che raccoglie gli eventi della guerra Genpei (1180-1885), battaglia tra i clan Taira e Minamoto per l’egemonia della corte imperiale, che portò al potere la famiglia Kawakura. Sarebbe stata la servitrice, concubina e probabile moglie del generale Minamoto no Yoshinaka o Kiso Yoshinaka, quinto shōgun della dinastia Kawakura, che seguiva rigorosamente su ogni campo di battaglia con grande coraggio e dedizione. Stando ai racconti, combatteva meglio di qualsiasi uomo delle truppe di Yoshinaka, che la inviava come primo capitano in armatura, lasciando dietro di sé molti morti che spesso decapitava come volevano le tecniche di combattimento giapponesi, padroneggiando perfettamente l’arco, la naginata, ma anche tutte le armi maschili, da terra o a cavallo, come viene spesso descritta. Aveva una grazia ed una bellezza senza paragoni, con i suoi tratti delicati, la pelle di porcellana color latte ed i lunghi capelli neri.

Stando ai testi, le onna-bugeisha mantenevano i loro capelli lunghi e lucenti, prima districati con olii profumati raccogliendoli in una o più trecce, spesso raccolte in un’acconciatura sul capo, completata dalla caratteristica bandana bianca, ma non è inusuale che venissero adornati anche da fiori o da spille.
La pelle doveva essere bianca e pallida, curata e tamponata molto probabilmente con polvere di riso, per simboleggiare la grazia anche in battaglia. Nella maggior parte delle rappresentazioni poi, le guerriere non indossano il kabuto, il tradizionale elmo dello yoroi, anche se probabilmente lo possedevano, come per dire: è una donna a combattere così ferocemente, e dev’essere noto, specialmente al nemico.

Dopo la presa della città di Kyoto e la vittoria della battaglia di Kurikara, a scapito dei Taira, Yoshinaka e Tomoe Gozen entrarono vittoriosi per ripodestare l’imperatore Go-Shirakawa e riconquistare il feudo di famiglia, sotto controllo del cugino di Yoshinaka, Yoritomo. Alcuni disordini con i Taira allontanarono però di nuovo Yoshinaka dalla capitale, il quale scoprì al suo ritorno che l’imperatore si era alleato con Yoritomo, che in un’ultima battaglia, assieme al fratello Yoshitsune, si coalizzò per uccidere Yoshinaka, spingendolo a fare seppuku,il rituale di morte dei samurai, un suicidio per propria mano infliggendosi una pugnalata da sinistra e destra e verso l’alto, facendosi infine decapitare dal compagno più fedele, il kaishakunin. Dovendosi svolgere in battaglia e non essendoci tempo, Tomoe decise quindi alla fine, guidando i pochi uomini rimasti, di caricare contro il nemico, disarcionandolo, per regalare al marito Yoshinaka gli attimi per eseguire il suo seppuku, che venne però invece purtroppo, ucciso da una freccia mentre lei combatteva.
Gli epiloghi sono numerosi: alcuni si concludono con la morte di Tomoe in battaglia, altri con la sua sparizione in mare o nelle colline con la testa del marito. Secondo altri ancora, sarebbe divenuta una suora buddista.

  

Le leggende su Gozen si sprecano, eppure rimane immutato il suo lascito a generazioni di donne giapponesi, fatto di forza e fierezza, ma anche di dolcezza, come se la sua figura racchiudesse tutte le caratteristiche e qualità della donna, almeno secondo il modello giapponese. Di sicuro è stata un modello di riferimento per altre onna-bugeisha dopo di lei, che vengono celebrate ancora oggi, come Nakano Takeko, nata nel 1847 ad Edo, nel dominio Aizu. Adottata dal suo insegnante di arti marziali, grazie al quale ricevette una rigida e completa formazione, che metterà in pratica in particolar modo nella guerra Boshin, un conflitto civile tra i sostenitori dello shogunato Tokugawa ed i fautori della rastaurazione dell’impero Meiji.
Nakano combatté con la sua naginata nell’armata dello shogunato nella battaglia di Aizu, guidando però un manipolo di venti donne indipendenti contro l’armata imperiale. Centrata da un colpo di fucile, chiese alla sorella di decapitarla in fin di vita, perché fondamentale era non morire per mano dell’avversario.
Si dice che per un samurai ci sono due alternative: o fare ritorno con la testa del nemico sanguinante fra le mani, o fare ritorno senza la propria. Ed è rispettando questa regola aurea di onore che Nakano passa alla storia come eroina, e viene festeggiata al festival di Aizu in autunno, dove cortei di donne indossano indumenti tradizionali come l’hakama e portano i capelli proprio come farebbe una vera onna-bugeisha, ostentando e dimostrando un alone davvero unico e complesso di forza e femminilità allo stesso tempo, andando oltre e senza farsi definire dal genere maschile.

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